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Giove a Pompei @ Foggia, Teatro Umberto Giordano

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Foggia, Teatro Umberto Giordano
Venerdì 5 Maggio 2017, ore 21
Domenica 7 Maggio 2017, ore 19.30

Giove a Pompei
operetta in tre atti di
Alberto Franchetti e Umberto Giordano

libretto di LUIGI ILLICA ed ETTORE ROMAGNOLI

Direttore: GIANNA FRATTA 

Regia: CRISTIAN BIASCI

Personaggi e Interpreti:

Giove: SERGIO VITALE
Lalage: DANIELA BRUERA
Aribobolo: ALDO CAPUTO
Parvolo Patacca: MATTEO D’APOLITO
Calpurnia: ANGELA BONFITTO
Marcus Pipa: FRANCESCO PITTARI
Aricia: ITALO PROFERISCE

Scene: FRANCESCO GORGOGLIONE
curatore con l’Accademia di belle arti di Foggia

Effetti speciali e proiezioni in 3d: RAFFAELE FIORELLA

ORCHESTRA SINFONICA DEL CONSERVATORIO DI MUSICA
DI FOGGIA “U. GIORDANO”

CORO LIRICO PUGLIESE

Maestro del coro: AGOSTINO RUSCILLO

Sito ufficiale


La commedia musicale Giove a Pompei (1921) nasce nel periodo forse più entusiasmante della cultura artistica europea del XX secolo. È il periodo nel quale le Avanguardie imperversano con i loro svariati “ismi”, e molte forme d’arte cosiddette “nuove” si stanno facendo largo tra il grande pubblico. Una su tutte, il cinema, che sta diventando sempre più importante, veicolo mediaticamente sorprendente, semplice e immediato, raccoglie sempre più consensi: al momento del Giove a Pompei di U. Giordano e A. Franchetti erano già usciti tre film (uno nel 1908 – primo film storico-epico del cinema italiano – e due nel 1913, tutte produzioni italiane) sul tema degli “Ultimi giorni a Pompei”, tutti ispirati al romanzo “The last days of Pompei” del 1834 di E. George Earle Bulwer-Lytton, da segnalare anche l’opera lirica “Jone o gli ultimi giorni a Pompei” di Errico Petrella del 1858 modello ispiratore del film omonimo del 1913 per la regia di Ubaldo Maria Del Colle.

L’idea della messa in scena tiene in forte considerazione quanto appena descritto e anche tutte le altre forme di teatro “leggero” che in quegli anni affiancano le ben più colte e rodate vie del melodramma: su tutte, il teatro di varietà, dove grazie al comico, alla parodia e al grottesco, convivono sulla scena personaggi che trascendono le collocazioni temporali e culturali. Rivolto al grande pubblico attraverso la satira riesce ad entrare nella contemporaneità con sferzante umorismo: pensiamo ad Ettore Petrolini che con il suo Nerone – il testo è del 1917 – per questa messa in scena è fonte primaria di ispirazione per Parvolo Patacca del Giove a Pompei. Tutti i personaggi della commedia musicale sono in qualche modo “caricature” di loro stessi: un Giove che combatte con la sua età, un Parvolo Patacca che, ad onor del nome, sostiene l’economia cittadina grazie all’invenzione della “patina della storia” trucco per spacciar “patacche”, e ancora Aribobolo, reduce d’Africa e fidanzato geloso, una Lalage sua promessa sposa talmente ingenua da affidarsi al primo che incontra in città, ma pronta a sacrificarsi per salvare Pompei andando in sposa proprio a Giove, e così tutti comprese le compagini del coro.

I personaggi, 14 tra primari e comprimari oltre a 30 componenti del coro, 5 danzatori e 6 comparse, sono protagonisti di quadretti talvolta comici, o satirici che mettono in primo piano degli stereotipi ben precisi, tenuti insieme da una figura principale che orchestra e architetta piani che infine si riveleranno inutili. Benché il carattere generale della messa in scena sia appunto di spirito “leggero”, porrà, attraverso la recitazione, che occupa più di un terzo della scrittura librettistica, molti “colti” spunti sia storici che di attualità sociale e politica propri del periodo dell’uscita dell’opera musicale. Questo a sottolineare che il “Giove a Pompei” è un lavoro concepito con un respiro, soprattutto librettistico, intellettualmente molto acuto che ne fanno un opera unica nel suo genere.

Con la messa in scena attraverso la recitazione, i costumi e la scenografia, che si avvarrà di proiezioni 3D originali, create appositamente, che prevedono la presenza di 4 proiettori, si darà vita ad una rappresentazione che nel corso dei tre atti si evolverà  in un crescendo: da una visione descrittiva-filologica dell’inizio, primo atto e parte del secondo, verso una molto più dirompente e vicina ai tumulti culturali degli anni dell’uscita della commedia musicale. Il processo porterà verso una cifra dadaista, dove il rosso pompeiano, che taglia la scena a metà in orizzontale, suggerito dalle architetture originali, aprendo la scena verso un paesaggio dominato in lontananza da un magnifico Vesuvio, diventerà la base di manifesti e opere pittoriche di T. Tzara, F. Picabia, H. Arp, M. Duchamp spostando la visione verso una verticalità ineluttabile che culminerà con l’eruzione del vulcano e la distruzione di Pompei. Come per la scena, anche i personaggi attraverso la recitazione si evolveranno caricandosi di atteggiamenti via via più meccanici, caricaturali e grotteschi.


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